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Quando gli diciamo di ‘Ridare le Botte’: perché non è così che si cresce forti

LA FORZA DI CRESCERE SENZA FERIRE

Quante volte, di fronte a un figlio che torna a casa dicendo “Mi ha picchiato”, ci è venuto spontaneo rispondere: “E tu ridagli le botte”?

In un mondo che spesso premia la sopraffazione, può sembrare l’unica via per difendersi.

Ma è davvero così che vogliamo insegnare ai nostri figli a gestire i conflitti?

Educare alla non violenza non significa crescere bambini deboli, ma adulti forti, consapevoli e capaci di affrontare le difficoltà con intelligenza emotiva.

Vediamo insieme perché “ridare le botte” non è la soluzione e quali alternative possiamo offrire ai nostri figli.

COSA ACCADE QUANDO UN BAMBINO RISPONDE ALLA VIOLENZA CON LA VIOLENZA?

Quando un bambino impara a reagire con aggressività, il primo rischio è quello di rinforzare il ciclo della violenza.

Come spiega John Gottman, i bambini che ricevono modelli educativi basati sulla
forza tendono a riproporli nelle relazioni future, costruendo dinamiche di sopraffazione anziché di cooperazione.

Inoltre, i bambini aggressivi possono incontrare difficoltà nel tessere relazioni sane: Daniel Siegel sottolinea come il cervello si sviluppi meglio in ambienti positivi e rispettosi.

Infine, come osserva Marshall Rosenberg, reagire con violenza impedisce di sviluppare competenze emotive e comunicative, fondamentali per gestire frustrazione e rabbia.

COSA CI DICE LA SCIENZA?

Gli studi confermano quanto sia dannoso proporre la violenza come risposta.

Alice Miller evidenzia che la violenza educativa lascia segni profondi nel percorso emotivo del bambino.

Daniel Siegel e Tina Payne Bryson mostrano quanto sia importante crescere in un ambiente empatico per un sano sviluppo cerebrale.

John Gottman propone l’intelligenza emotiva come strumento di crescita, mentre Marshall Rosenberg offre la comunicazione non violenta come via per affrontare i conflitti con maturità.

QUALI ALTERNATIVE POSSIAMO OFFRIRE A NOSTRO FIGLIO?

Davanti a un figlio che racconta episodi di provocazione o aggressione, è importante mostrarsi disponibili all’ascolto, validando le sue emozioni: “Capisco che ti sei sentito ferito, vuoi raccontarmi meglio cosa è successo?”.

Possiamo poi aiutarlo a costruire strategie di difesa non violente, suggerendo risposte assertive piuttosto che fisiche. Quando gli episodi si ripetono, è utile coinvolgere anche gli adulti di riferimento, come insegnanti o allenatori, e sostenere nostro figlio nel rafforzare la fiducia in se stesso, magari attraverso giochi di ruolo e messaggi positivi.

Matteo e la ricerca di libertà tra bullismo e socialità digitale

 Matteo, 10 anni, dopo un primo percorso terapeutico, aveva trovato il coraggio di affermare: “Non ho più paura dei bulli, perché io sono io”. Alcuni mesi dopo, torna in terapia: ha ricevuto il suo primo cellulare, che gli ha permesso di entrare più facilmente nel gruppo dei pari.

Dietro la conquista emergono nuove difficoltà: in classe un compagno, Antonio, è vittima di bullismo. Matteo si sente diviso tra il desiderio di aiutarlo e la paura di essere escluso a sua volta.

“Sono il loro servo, ma con il telefono ho guadagnato potere”, dice. 

La sua sfida oggi è più sottile: proteggere la sua libertà interiore senza rimanere solo.

COSA PUÒ FARE UN GENITORE QUANDO SUO FIGLIO SI TROVA IN SITUAZIONI AMBIVALENTI DI BULLISMO?

 In questi momenti, il sostegno del genitore può fare la differenza. Per prima cosa, è essenziale validare i sentimenti del bambino, riconoscendo la sua fatica senza giudicarlo. Possiamo aiutarlo a rafforzare la propria identità, ricordandogli quanto sia importante essere se stessi anche quando è difficile.

Suggeriamo piccole azioni di coraggio quotidiano: allearsi con un altro compagno rispettoso, mandare un messaggio gentile al bambino escluso, o semplicemente scegliere di non partecipare agli atti di prevaricazione.

Infine, accompagniamo nostro figlio nella costruzione di un piano di sicurezza emotiva, offriamogli supporto nel comunicare con gli adulti di riferimento e proponiamo un patto sull’uso consapevole del telefono, fondato sulla fiducia e sulla responsabilità.

"Non possiamo sempre proteggere i nostri figli dalle ingiustizie, ma possiamo insegnare loro a proteggere il proprio valore. Anche piccoli semi di coraggio piantati oggi possono farli crescere forti, liberi e capaci di costruire relazioni sane domani."
Maria Paola Ciarelli
Psicoterapeuta

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