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Il kit di emergenza. Quando anche le foglie cadono

Ci sono stagioni in cui gli alberi sembrano perdere tutto.

Le foglie si staccano, i rami si scoprono, il paesaggio cambia. E ciò che fino a poco prima appariva vivo, rigoglioso, pieno, improvvisamente sembra svuotarsi.

Anche dentro di noi esistono stagioni così.

Momenti in cui qualcosa si spegne, le energie si assottigliano, i pensieri diventano più pesanti. Perfino ciò che amiamo può sembrarci distante.

Eppure, non sempre ci accorgiamo di ciò che sta accadendo.

A volte il cambiamento è lento, quasi impercettibile. Altre volte arriva quando tutto, almeno in apparenza, sembra procedere normalmente.

Non sempre riconosciamo il momento in cui cominciamo a perderci.

E forse è proprio per questo che dovremmo imparare a prepararci quando ancora riusciamo a ritrovarci.

Ciò che resta quando qualcosa viene meno

Un albero non trattiene tutte le sue foglie per dimostrare di essere vivo.

Ma noi, spesso, pretendiamo di continuare a essere quelli di sempre.

Disponibili, presenti, capaci. Anche quando qualcosa dentro di noi sta chiedendo attenzione.

Ci imponiamo di reagire, di ritrovare energia, di tornare rapidamente alla normalità.

Come se la sofferenza fosse una debolezza da nascondere anziché un’esperienza da comprendere.

Lazarus e Folkman, nei loro studi sullo stress e sulle strategie di coping, ci ricordano quanto il nostro modo di affrontare le difficoltà dipenda anche dalle risorse che percepiamo di avere a disposizione.

E forse è proprio questa percezione a cambiare quando attraversiamo una fase di profonda vulnerabilità: ciò che prima sembrava possibile diventa irraggiungibile, ciò che era semplice richiede uno sforzo enorme.

Quando stiamo male, non abbiamo sempre bisogno di diventare più forti. Abbiamo bisogno di sapere dove appoggiarci quando la nostra forza non basta.

Un kit per i giorni in cui non riusciamo a trovarci

Dovremmo costruirlo prima.

Quando le giornate sono ancora sufficientemente leggere da permetterci di riconoscere ciò che ci fa bene.

Un kit di emergenza psicologico.

Non una scatola di soluzioni, né una raccolta di frasi rassicuranti.

Piuttosto, una piccola mappa di noi stessi.

Le persone che sanno esserci senza pretendere spiegazioni.

I luoghi nei quali riusciamo a respirare.

I gesti che ci restituiscono una sensazione di continuità.

Le parole che, in altri momenti, ci hanno aiutato a non perdere completamente il contatto con noi stessi.

E anche i segnali che dovremmo imparare a riconoscere: il sonno che cambia, il desiderio di isolarci, la fatica di decidere, il progressivo allontanamento dalle cose che prima ci appartenevano.

Perché qualche volta il dolore non arriva facendo rumore.

Si insinua nelle abitudini, modifica i nostri ritmi, restringe lentamente lo spazio che concediamo alla vita.

E quando finalmente ce ne accorgiamo, può essere diventato difficile perfino ricordare ciò che potrebbe aiutarci.

Marsha Linehan, attraverso il suo lavoro sulla regolazione emotiva, ha mostrato quanto sia importante sviluppare abilità che ci permettano di attraversare gli stati di sofferenza intensa senza esserne completamente sopraffatti.

Non si tratta di cancellare le emozioni, ma di imparare a sostenerle, riconoscerle e, quando possibile, regolarle.

Perché non possiamo sempre scegliere ciò che sentiamo, ma possiamo costruire strumenti per prendercene cura.

Non tutto ciò che fa male deve essere allontanato

C’è una differenza tra prendersi cura del dolore e volerlo cancellare.

Non sempre abbiamo bisogno di distrarci, reagire, pensare positivo.

A volte abbiamo bisogno di riconoscere ciò che stiamo attraversando, senza aggiungere alla sofferenza la pretesa di non provarla.

Donald Winnicott ha posto al centro della sua riflessione l’importanza di un ambiente capace di sostenere l’individuo nei momenti di vulnerabilità.

Un’idea che ci invita a considerare quanto, nei momenti più difficili, non sia sufficiente chiedere a noi stessi di resistere: abbiamo anche bisogno di relazioni nelle quali poterci sentire accolti, senza dover continuamente dimostrare di stare bene.

Il kit non serve a impedirci di cadere.

Serve a ricordarci che, quando accade, possiamo cercare un sostegno. Che esistono risorse, relazioni e possibilità di cura anche quando non riusciamo più a percepirle.

E che chiedere aiuto non rappresenta il fallimento delle nostre capacità, ma una forma di attenzione verso noi stessi.

Le radici non fanno rumore

Guardando un albero in autunno, vediamo soprattutto ciò che perde.

Raramente pensiamo a ciò che rimane.

Le radici non sono visibili. Non chiedono di essere riconosciute. Eppure continuano a rappresentare una parte essenziale della sua vita.

Forse dovremmo imparare a conoscere anche le nostre.

Non per convincerci che riusciremo sempre a resistere.

Non per credere che ogni inverno interiore sia destinato a finire da solo.

Ma per riconoscere ciò che può sostenerci e comprendere quando abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti a ritrovare un terreno sufficientemente sicuro.

Perché anche le radici, qualche volta, hanno bisogno di essere curate.

Ci sono giorni in cui non possiamo impedire alle foglie di cadere. Ma possiamo imparare a non perdere, insieme a loro, anche la strada verso ciò che ci sostiene.

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