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Quando la curiosità diventa misura

Esiste una forma di curiosità che non apre all’incontro, ma alla valutazione.
Non nasce dal desiderio di conoscere l’altro, bensì dal bisogno di collocarlo entro una scala comparativa: chi è avanti, chi è indietro, chi “sta meglio”.

In questi contesti, elementi della vita quotidiana — figli, risultati, stili, oggetti, scelte — smettono di essere esperienze e diventano unità di misura simboliche. La relazione non è più uno spazio di scambio, ma un dispositivo di confronto.

Come osserva Georg Simmel, il valore non è mai intrinseco, ma emerge nel confronto. Il problema sorge quando il confronto diventa l’unico orizzonte possibile.


La dipendenza dallo sguardo dell’altro

Quando il riconoscimento personale dipende in modo prevalente dalla valutazione esterna, si configura una vera e propria dipendenza dallo sguardo altrui. Non si tratta solo di bisogno di approvazione, ma di un orientamento identitario fondato sulla posizione relativa: essere un passo avanti, più che essere.

In Zygmunt Bauman, questo meccanismo è ben descritto nelle relazioni liquide, dove l’identità non si consolida, ma si ridefinisce continuamente in base al riscontro esterno. Il metro utilizzato, però, non ha una misura stabile: si espande, si sposta, cambia continuamente.

Il risultato non è crescita, ma perdita di sostanza. Il confronto non chiarisce: allontana.


Soggetti permeabili e asimmetria relazionale

All’interno di queste dinamiche esistono persone che faticano a difendersi da questo gioco. Non per fragilità strutturale, ma per una disposizione relazionale permeabile e aperta.

Sono soggetti capaci di offrire contenuti autentici, di condividere senza eccessive difese, lasciando spazio all’altro. Questa apertura introduce però un’asimmetria: chi porta complessità e profondità si espone anche al rischio di essere frainteso o svalutato.

Come osserva Donald Winnicott, la possibilità di essere autentici presuppone un ambiente sufficientemente sicuro. In contesti non tali, ciò che è vero può essere percepito come eccessivo, destabilizzante, talvolta minaccioso.


Triangolazioni e mediazioni disfunzionali

In sistemi relazionali fragili, questa asimmetria può favorire la comparsa di triangolazioni. Entrano in scena figure terze che non si percepiscono come agenti di rottura, ma come portatrici di informazioni, chiarimenti, talvolta persino “verità”.

Illudendosi di custodire segreti o di svolgere una funzione di collegamento, queste persone finiscono per diventare strumenti inconsapevoli di attacchi al legame. La loro posizione non è quella di chi crea senso, ma di chi media contenuti che non gli appartengono, trasformando la complessità in frammenti e la relazione in oggetto di passaggio.

In termini sistemici, tali triangolazioni non rafforzano il legame: lo spostano, lo indeboliscono, lo espongono a letture parziali. La mediazione diventa disfunzionale quando non nasce da una richiesta autentica, ma dal bisogno di sentirsi necessari, informati, centrali.

Come mostra anche il pensiero di René Girard, ciò che non si riesce a integrare viene prima osservato, poi ridimensionato, talvolta svalutato. Non per comprenderlo, ma per neutralizzarne l’impatto.


Autenticità, rischio e scelta del legame

In questo scenario, il punto non è la riservatezza come difesa, né la chiusura come strategia.
Il punto è la consapevolezza.

La verità, quando è tale, viaggia su un binario privilegiato: non ha bisogno di essere esibita né protetta rigidamente, ma di essere riconosciuta. Esporsi, a volte, significa anche sporcarsi, attraversare zone di ambiguità, correre il rischio del fraintendimento. È proprio questo rischio, però, che consente di comprendere il valore reale delle situazioni e delle persone.

Non è la mancanza di fiducia a dover alimentare la conoscenza dell’altro, ma la capacità di riconoscere un’autenticità che non misura e non confronta. Un’autenticità che non è strategia, ma ricerca del vero; che non bada alla forma, ma cerca sostanza; che non usa l’altro come metro, ma come possibilità di crescita.

Sì, c’è sempre un rischio dietro questo movimento.
Ma è un rischio generativo.

Perché dove l’autenticità è possibile, si produce verità.
E dove si produce verità, si apre anche la possibilità di scegliere consapevolmente: dove unirsi per progredire insieme, e da quali legami, invece, è necessario prendere distanza.

Non per difendersi.
Ma per continuare a crescere.

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