Nei giorni scorsi ho avuto il piacere di partecipare a Corti in Movimento, un progetto che ha coinvolto giovani e adolescenti nella realizzazione di contenuti audiovisivi, offrendo loro uno spazio per raccontare il mondo attraverso il proprio sguardo.
Mentre ascoltavo i ragazzi e osservavo il loro lavoro, mi sono ritrovata a pensare che forse uno dei compiti più difficili per noi adulti non è educare.
È lasciarci stupire.
Siamo abituati a osservare i nostri figli e i ragazzi che incontriamo attraverso molte domande.
Stanno andando bene a scuola?
Usano troppo il telefono?
Passano troppo tempo sui social?
Sono responsabili?
Sono educati?
Sono motivati?
Domande legittime, naturalmente.
Ma spesso, mentre cerchiamo risposte, perdiamo qualcosa di prezioso: la curiosità.
La curiosità verso il modo in cui loro vedono il mondo.
Da psicologa dell’età evolutiva incontro spesso genitori sinceramente preoccupati per i propri figli. Eppure, a volte, mi accorgo che la preoccupazione occupa così tanto spazio da lasciare poco posto alla meraviglia.
Osserviamo.
Valutiamo.
Interpretiamo.
Correggiamo.
Molto più raramente ci fermiamo a chiedere:
“Che cosa stai vedendo che io non vedo?”
Forse è proprio questo che mi ha colpito di Corti in Movimento.
Non tanto il prodotto finale.
Non soltanto la qualità dei lavori realizzati.
Ma l’idea stessa di chiedere ai ragazzi di raccontare il proprio sguardo.
Di mostrare ciò che li colpisce, ciò che li emoziona, ciò che attira la loro attenzione.
In un tempo in cui il telefono cellulare viene spesso descritto esclusivamente come un problema, questo progetto ci ricorda che uno strumento non è mai soltanto uno strumento.
Dipende da ciò che ne facciamo.
Dipende da ciò che scegliamo di guardare attraverso di esso.
Forse la domanda non è soltanto quanto tempo i ragazzi trascorrano davanti a uno schermo.
Forse la domanda è: che cosa stanno cercando di raccontarci attraverso quello schermo?
Carla Rinaldi, nell’esperienza educativa di Reggio Emilia, parla dei “cento linguaggi” dei bambini. Un’immagine bellissima che ci ricorda come i bambini e i ragazzi non abbiano un solo modo per esprimersi.
Parlano attraverso le parole.
Attraverso il gioco.
Attraverso il disegno.
Attraverso la musica.
Attraverso le immagini.
Attraverso le storie che inventano.
Oggi, sempre più spesso, anche attraverso i mezzi digitali.
Il punto non è stabilire quale linguaggio sia migliore.
Il punto è essere disposti ad ascoltarlo.
Quando penso a questo tema, mi torna sempre in mente una scena che tutti i genitori conoscono.
Un bambino che si alza in piedi per la prima volta nel lettino.
Oppure quel momento in cui, dopo giorni di tentativi, lascia il gattonamento e prova a camminare.
Quasi sempre, subito dopo, cerca il volto di chi si prende cura di lui.
Cerca uno sguardo.
E in quello sguardo trova qualcosa di fondamentale.
Lo stupore.
La meraviglia.
L’emozione di qualcuno che riconosce la novità della sua scoperta.
Daniel Stern ci ha insegnato che il bambino costruisce il senso di sé anche attraverso questi scambi emotivi. Lo sguardo dell’adulto non serve soltanto a controllare o proteggere. Serve a restituire al bambino un’immagine delle proprie possibilità.
In altre parole, il bambino cresce anche attraverso la nostra capacità di sorprenderci.
E forse questo bisogno non scompare con l’età.
Crescendo cambia forma.
Gli adolescenti non cercano più il nostro volto dopo un primo passo.
Ma continuano a cercare luoghi nei quali poter mostrare qualcosa di sé.
Un pensiero.
Un’immagine.
Una passione.
Un’idea.
Una storia.
Donald Winnicott parlava di uno “spazio potenziale”, un luogo in cui creatività, gioco ed esperienza personale possono incontrarsi. È in questi spazi che i ragazzi sperimentano chi sono e chi potrebbero diventare.
Progetti come Corti in Movimento hanno proprio questo valore: offrono uno spazio nel quale esplorare, creare, immaginare e raccontare.
Peter Gray ci ricorda che curiosità ed esplorazione sono motori fondamentali dello sviluppo. Quando gli adulti riescono a sostituire il controllo con l’interesse autentico, accade qualcosa di importante: il ragazzo non si sente soltanto valutato. Si sente visto.
E forse è proprio qui che si gioca una parte importante della relazione educativa.
Non nel sapere sempre cosa dire.
Non nell’avere sempre la risposta giusta.
Ma nel mantenere viva la capacità di stupirsi.
John Bowlby descriveva il genitore come una base sicura da cui il bambino può partire per esplorare il mondo. Ma perché un figlio desideri condividere ciò che scopre, deve percepire che qualcuno è realmente interessato alla sua scoperta.
Forse educare significa anche questo.
Non soltanto guidare.
Non soltanto insegnare.
Non soltanto correggere.
Ma restare disponibili a vedere qualcosa che non avevamo previsto.
Perché ogni volta che un ragazzo percepisce nel nostro sguardo interesse autentico anziché giudizio, si apre uno spazio di crescita.
Per lui.
E anche per noi.
Forse, allora, la vera sfida educativa non è capire tutto dei nostri figli.
È continuare a lasciarci stupire da ciò che stanno diventando
