Ieri sera al Festival Macondo di Francavilla al Mare. Una piazza piena, il mare sullo sfondo, tante persone riunite per ascoltare e confrontarsi.
Durante l’incontro, Enrico Mentana ha ripercorso eventi, incontri e passaggi che hanno segnato la storia degli ultimi decenni e che lui ha avuto l’opportunità di osservare e raccontare in prima persona.
Sul finale ha espresso una riflessione che mi è rimasta impressa.
Ha osservato come oggi sembri sempre più difficile trovare una politica capace di proporre idee sul futuro. Visioni. Progetti. Orizzonti verso cui tendere.
E allora mi sono chiesta: perché?
Forse manca la possibilità di stare nel presente senza esserne schiacciati.
Forse mancano sostegni sufficientemente solidi alle nostre spalle, capaci di trasmettere fiducia e coraggio quando proviamo a guardare più lontano.
Oppure la nostra identità è diventata così fragile da impedirci di immaginarci oltre una spanna davanti ai nostri piedi.
Ripensandoci, forse una parte della risposta era arrivata dallo stesso Mentana poco prima.
Aveva raccontato con entusiasmo le assemblee studentesche della sua giovinezza. Luoghi nei quali esserci significava costruire un’identità personale e collettiva.
Si partecipava per sostenere idee, confrontarsi, discutere.
Persino il desiderio di piacere o di “fare colpo” passava attraverso l’appartenenza a un pensiero, a una visione del mondo, a un dibattito.
C’era il desiderio di esserci.
Di prendere posizione.
Di confrontarsi.
Di crescere attraverso le idee.
L’immagine seguiva il pensiero, non lo sostituiva.
E crediamo davvero che i giovani non sentano la differenza?
Guardiamo attraverso di loro un futuro da costruire o semplicemente un presente da amministrare?
Ci interroghiamo sulle basi che stiamo offrendo loro?
Sulla possibilità di sentirsi capaci di immaginare, creare, rischiare e progettare?
Durante il Festival, con lo scrittore Massimo Carlotto, si era parlato anche di intelligenza artificiale. Una riflessione che ne metteva in evidenza soprattutto i rischi, fino quasi a demonizzarne l’utilizzo.
È comprensibile che uno strumento così potente possa suscitare timori.
Ma forse la domanda non è se l’intelligenza artificiale faccia paura.
La domanda è un’altra.
Siamo ancora capaci di offrire ai giovani il tempo, le esperienze, le relazioni e le condizioni necessarie per costruire una personalità solida e un pensiero critico capaci di utilizzare questi strumenti senza esserne utilizzati?
Siamo in grado di consentire loro di avvalersi di tutto ciò che l’umanità ha costruito continuando a sviluppare capacità di scelta, creatività, responsabilità e autonomia di pensiero?
Oppure stiamo offrendo mezzi sempre più potenti a strutture sempre più fragili?
Perché forse il tema non riguarda soltanto la politica.
Riguarda il modo in cui stiamo crescendo le nuove generazioni.
E la capacità, sempre più rara, di offrire ai ragazzi non solo risposte, ma gli strumenti interiori necessari per formulare nuove domande.
Forse il problema non è quanto sia potente l’intelligenza artificiale, ma quanto stiamo investendo nella costruzione dell’intelligenza umana.
