Perché non tutto ciò che finisce è un fallimento
La terapeuta familiare Pauline Boss, introducendo il concetto di perdita ambigua (ambiguous loss), ci ricorda che non tutte le perdite possono essere comprese attraverso una logica semplice di presenza o assenza. Esistono persone che escono dalla nostra quotidianità ma continuano ad abitare i nostri pensieri. Esperienze che si concludono ma che continuano a influenzare il modo in cui guardiamo noi stessi e il mondo.
Forse è per questo che alcune separazioni, alcuni cambiamenti o alcuni progetti interrotti risultano così difficili da archiviare.
Non perché non sappiamo che qualcosa è finito.
Ma perché ciò che è finito continua ad avere un posto dentro di noi.
Ed è proprio a partire da questa riflessione che vorrei parlare a tutti coloro che stanno cercando di cancellare una parte della propria esistenza.
A chi guarda una relazione conclusa, un matrimonio terminato, un’amicizia perduta o un progetto che non ha trovato compimento e vede soltanto un fallimento.
A chi prova imbarazzo per ciò in cui ha creduto.
A chi pensa che, se qualcosa non è durato, allora non abbia avuto valore.
Ci hanno insegnato a misurare le esperienze in base alla loro durata. Se durano, sono un successo. Se finiscono, sono un fallimento.
La vita, però, raramente segue criteri così lineari.
Esistono incontri brevi che lasciano un segno profondo.
Esistono relazioni che non hanno saputo attraversare il tempo ma che hanno contribuito a renderci le persone che siamo oggi.
Esistono progetti che non hanno raggiunto il traguardo immaginato e che, nonostante questo, hanno aperto strade inattese.
Quando soffriamo siamo spesso tentati di cancellare.
Se trasformo un amore in un errore, forse non dovrò confrontarmi con la nostalgia.
Se dichiaro fallito tutto il viaggio, forse non dovrò interrogarmi su ciò che quel viaggio mi ha lasciato.
Eppure la nostra storia non funziona così.
Le esperienze significative lasciano tracce.
Vivono nelle nostre scelte.
Nei limiti che abbiamo imparato a riconoscere.
Nelle risorse che abbiamo scoperto di possedere.
Vivono, soprattutto, nella persona che siamo diventati.
Forse crescere significa anche imparare a tollerare questa complessità.
Accettare che alcune esperienze appartengano alla nostra storia senza appartenere più al nostro presente.
Riconoscere che ciò che siamo oggi non nasce soltanto da ciò che ha funzionato, ma anche da ciò che ci ha messo alla prova, ci ha esposto, ci ha costretto a ridefinirci.
Quando riusciamo a guardare in questo modo alle esperienze che hanno contato davvero, ciò che emerge non è soltanto nostalgia.
È il riconoscimento di ciò che quelle esperienze hanno saputo risvegliare dentro di noi.
Una capacità di amare.
Un coraggio che non sapevamo di possedere.
Una parte autentica della nostra identità.
Forse è proprio questo che ci permette di andare avanti senza rinnegare ciò che è stato.
Non il tentativo di dimenticare.
Ma la possibilità di guardare a quella parte della nostra storia con gratitudine e con un certo orgoglio.
Perché, nel bene e nel male, ci ha aiutato a diventare la persona che siamo oggi.
