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Il tempo necessario

Quando la seduta finisce ma il lavoro continua

Viviamo in un tempo che premia la velocità.

Le risposte devono essere immediate. Le decisioni rapide. I risultati visibili nel minor tempo possibile.

Eppure alcune delle comprensioni più importanti della nostra vita non nascono nell’immediatezza. Hanno bisogno di sostare, di sedimentare, di trovare lentamente una forma.

Anche il lavoro dello psicoterapeuta segue questa logica.

La seduta termina, il paziente torna alla propria vita, ma il pensiero clinico continua il suo cammino.

Molte persone immaginano che il lavoro del terapeuta coincida con il tempo trascorso nello studio. In realtà, una parte significativa del processo terapeutico avviene proprio dopo l’incontro, in quello spazio apparentemente silenzioso che separa una seduta dalla successiva.

Non si tratta di continuare a “pensare al problema” del paziente. Si tratta piuttosto di lasciare che ciò che è emerso possa trovare un posto, un significato, una direzione.

Ci sono sedute che si chiudono con una sensazione di chiarezza. Altre che lasciano domande aperte. Altre ancora che continuano ad accompagnarci per giorni attraverso immagini, emozioni o intuizioni che chiedono tempo per essere comprese.

Il tempo della riflessione

Subito dopo una seduta il terapeuta prova a ricostruire ciò che è accaduto.

Quali temi sono emersi?

Quali emozioni hanno attraversato la stanza?

Quali aspetti sembrano centrali e quali rimangono sullo sfondo?

Ma il lavoro clinico non consiste soltanto nel ricordare ciò che il paziente ha raccontato.

Consiste nel cercare connessioni.

Un episodio narrato oggi può assumere un significato diverso alla luce di qualcosa detto mesi prima. Un silenzio può rivelarsi importante quanto una parola. Un’emozione apparentemente marginale può indicare una direzione di lavoro ancora inesplorata.

La terapia procede spesso così: non per illuminazioni improvvise, ma attraverso una lenta costruzione di significati.

Anche il terapeuta osserva se stesso

Esiste poi un altro livello di riflessione, meno visibile ma altrettanto importante.

Il terapeuta si interroga sulle proprie reazioni.

Perché oggi mi sono sentita particolarmente vicina a questa sofferenza?

Perché ho avvertito il desiderio di rassicurare?

Perché una determinata immagine continua a tornarmi in mente?

Queste domande non riguardano il terapeuta come protagonista della scena, ma rappresentano uno strumento prezioso per comprendere ciò che accade nella relazione terapeutica.

Talvolta proprio ciò che il paziente suscita nel terapeuta diventa una chiave per comprendere aspetti ancora non pienamente espressi della sua esperienza.

Il valore dell’attesa

Donald Winnicott ci ha insegnato qualcosa di prezioso: non tutto deve essere compreso immediatamente.

Alcuni processi richiedono attesa.

Alcune intuizioni maturano soltanto quando viene loro concesso il tempo necessario.

Nella nostra cultura siamo spesso portati a pensare che comprendere significhi trovare subito una risposta. La pratica clinica insegna invece che comprendere significa, prima di tutto, saper restare accanto alle domande.

Anche Thomas Ogden, descrivendo il “terzo analitico”, ci ricorda che il lavoro terapeutico non appartiene esclusivamente né al paziente né al terapeuta, ma nasce nello spazio relazionale che entrambi costruiscono. Uno spazio che continua a vivere e a produrre significati anche oltre il tempo della seduta.

Carl Rogers, dal canto suo, poneva al centro la presenza autentica. La capacità di comprendere l’altro non nasce soltanto dalla tecnica o dalle conoscenze teoriche, ma dalla disponibilità a incontrarlo profondamente, lasciandosi toccare dalla sua esperienza senza perdere la propria capacità riflessiva.

Un lavoro spesso invisibile

Forse una delle parti meno conosciute della psicoterapia è proprio questa.

Le ore dedicate allo studio, alla supervisione, alla rilettura degli appunti, alla riflessione clinica.

Le domande che rimangono aperte.

Le ipotesi che vengono riviste.

Le intuizioni che arrivano mentre si cammina, si legge un libro o si osserva in silenzio il tramonto da un balcone.

È un lavoro discreto, spesso invisibile.

Ma è proprio in questo spazio che molte volte prende forma quella comprensione che, nella seduta successiva, potrà diventare una domanda significativa, una restituzione utile o semplicemente una presenza più consapevole.

Perché la psicoterapia non è soltanto il tempo dell’incontro.

È anche il tempo necessario per comprendere.

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