Aprire una finestra d’inverno non è un gesto impulsivo.
Non lo si fa per restare al freddo, ma per cambiare aria.
Si apre quel tanto che basta perché ciò che è stagnante possa uscire,
e ciò che è vivo possa entrare, anche se porta con sé un brivido.
All’inizio di un nuovo anno la mente chiede qualcosa di simile.
Non una rivoluzione, non una tabula rasa.
Chiede riassetto.
La mente ha bisogno di chiudere e sistemare: pensieri lasciati in sospeso, fatiche accumulate, parole rimaste senza spazio.
Ma ha anche bisogno di non sigillarsi, di lasciare una porta socchiusa a ciò che ancora non conosce.
Solo così può tornare a sognare, progettare, pensare davvero.
Ogni riordino autentico è un gesto ambivalente.
C’è un pensiero leggero, fatto di possibilità, desiderio, apertura.
E ce n’è uno più pesante, fatto di paura, incertezza, perdita del noto.
Entrambi servono.
La speranza senza paura è ingenuità.
La paura senza speranza è chiusura.
Forse è questo il tempo in cui ognuno sente il bisogno che il proprio tempo non scorra invano.
Non nel senso di fare di più, ma di scegliere meglio.
Non di arricchirsi di esperienze, ma di diventare più consapevoli e mirati.
Rinnovarsi non significa togliere.
Significa portare con sé solo ciò che ha ancora senso.
Un bagaglio non più ricco, ma più aderente a ciò che siamo diventati.
Come le case, anche la mente ha bisogno di luce e calore.
E accogliere il nuovo anno non è un atto automatico, ma una predisposizione:
la disponibilità a lasciare entrare aria nuova,
sapendo che sarà fredda,
sapendo che non tutto è già chiaro,
sapendo che non serve sapere tutto per essere pronti.
Aprire una finestra d’inverno non promette primavera.
Promette verità.
Buona verità a tutti.
