
Sono entrata al Rizzoli per accompagnare mio figlio e mi sono ritrovata, inaspettatamente, a fotografare.
All’inizio non ci ho fatto molto caso. Una finestra, una porta antica, la luce che attraversava un vetro, un affresco. Poi ho pensato che fosse piuttosto strano.
Ero in un ospedale.
Ero lì con tutte le preoccupazioni che un ospedale porta con sé e, nonostante questo, qualcosa continuava a richiamare il mio sguardo verso la bellezza.
Forse è proprio questo che fanno alcuni luoghi.
Non ci distraggono da quello che stiamo vivendo. Non cancellano la paura e certamente non curano il dolore. Ma impediscono, per qualche istante, che il dolore occupi tutto il campo visivo.
La malattia restringe lo sguardo. La bellezza, qualche volta, lo riapre.

Al Rizzoli si attraversano corridoi che custodiscono affreschi, porte, opere d’arte, tracce di altre epoche. La storia della medicina sembra intrecciarsi continuamente con quella dell’arte e dell’architettura.
E mentre si aspetta una visita, una risposta, una parola del medico, ci si accorge che intorno continua a esserci qualcosa da guardare.

Mi sono chiesta allora se anche questo non appartenga, in qualche modo, alla cura.
Parliamo spesso della capacità delle persone e delle istituzioni di contenere l’angoscia di chi attraversa la malattia. Di holding: quella funzione che permette di sentirsi sostenuti proprio quando le proprie risorse emotive rischiano di non bastare.
Molto meno ci chiediamo quanto possano farlo gli spazi.
Eppure l’ambiente non è neutro.
Ci sono luoghi che sembrano restituirci continuamente la nostra condizione di pazienti, familiari, corpi da curare. E altri che, pur senza sottrarci alla realtà, lasciano entrare qualcos’altro.
Una finestra.
Un giardino oltre il vetro.
La luce.
Un’opera d’arte incontrata mentre si percorre un corridoio.

Piccole aperture dentro un’esperienza che, per sua natura, tende invece a chiudersi intorno alla paura.
Ci sono momenti in cui non sono soltanto le persone a contenerci.
A volte lo fanno i luoghi.
Non perché siano belli in senso semplicemente estetico. Ma perché la bellezza può restituire profondità a un’esperienza che la paura tende ad appiattire.
Per qualche secondo non sei soltanto la madre che aspetta.
Non sei soltanto quella che osserva un volto cercando di capire quanto dolore ci sia, che aspetta una spiegazione, che prova a trattenere la propria paura per non aggiungerla a quella di un figlio.
Sei ancora una persona capace di fermarsi davanti a una finestra perché la luce è bella.
E forse è questo che mi ha colpito tanto del Rizzoli.
Non mi ha fatto dimenticare perché fossi lì.
Mi ha ricordato che, anche mentre ero lì, io non ero soltanto ciò che mi stava accadendo.
Forse anche questo significa prendersi cura: creare le condizioni perché, dentro ciò che fa paura, continui a esserci uno spazio per tutto il resto.
