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Essere genitori quando un figlio è in ospedale

Quando un figlio entra in ospedale, cambia improvvisamente il tempo.

C’è quello della diagnosi, degli esami, dell’attesa di qualcuno che possa finalmente dire cosa sta accadendo. Poi quello dell’intervento, del postoperatorio, della terapia del dolore, della ripresa.

Sono tempi necessari alla medicina, ma spesso incomprensibili per chi aspetta.

Ed è forse proprio nello scarto tra il tempo clinico e il tempo psichico che si apre una parte importante dell’angoscia del genitore.

Quando viene il medico?

In ospedale un genitore aspetta continuamente qualcuno che sappia.

Quando passa il medico?
È normale questo dolore?
Perché dobbiamo ancora aspettare?
Quando potrà alzarsi?
Quando torneremo a casa?

Domande che possono diventare insistenti, forse persino fastidiose per chi le riceve molte volte al giorno.

Eppure dietro quella che può apparire come un’ansiosa richiesta di rassicurazione c’è spesso altro: il tentativo di ricostruire una cornice quando improvvisamente sono saltate tutte le coordinate.

Sapere non serve soltanto a conoscere.

Serve a pensare.

Una spiegazione non abbrevia l’attesa, non modifica il tempo biologico di una guarigione, ma può renderlo psichicamente abitabile.

Una sorta di barriera ematoencefalica

Accanto al letto accade qualcosa che mi colpisce profondamente.

Il genitore diventa una sorta di membrana tra il figlio e ciò che sta accadendo.

Guarda il suo volto, ascolta il modo in cui respira, interpreta un movimento, cerca di capire quanto dolore ci sia dietro un «mi fa male».

Poi porta quel dolore fuori.

Lo racconta all’infermiere, cerca parole, misura, domanda se sia arrivato il momento della terapia.

E compie continuamente anche il percorso inverso: riceve informazioni dai sanitari e prova a restituirle al figlio in una forma che possa essere compresa e tollerata.

È una sorta di barriera ematoencefalica affettiva.

Qualcosa passa, qualcosa deve essere filtrato, qualcosa trasformato.

Ma il genitore non è una membrana impermeabile.

Il dolore del figlio lo attraversa.

Lo sente quasi nel proprio corpo. Lo anticipa. A volte lo amplifica dentro di sé. E mentre una parte vorrebbe sottrarre il figlio a qualunque sofferenza, un’altra deve continuare a pensare.

Deve riuscire a fare qualcosa di psichicamente molto complesso: essere attraversato senza essere travolto.

Perché se il bambino perde temporaneamente la possibilità di dare senso a ciò che gli accade, ha bisogno che qualcuno continui a farlo per lui.

Forse è questa una delle funzioni più profonde della genitorialità nella malattia: ricevere qualcosa che per il figlio, in quel momento, è troppo doloroso, confuso o spaventoso; trattenerlo dentro di sé abbastanza a lungo da poterlo pensare e restituire in una forma meno persecutoria.

Non cancellare il dolore.

Renderlo attraversabile.

Ma come si contiene ciò che non si conosce?

Qui nasce il paradosso.

Al genitore viene chiesto di contenere mentre lui stesso non sa.

Non sa quanto bisognerà aspettare. Quanto durerà il dolore. Se quel sintomo sia normale. Quando il figlio tornerà a camminare, a uscire, a fare ciò che faceva prima.

E soprattutto scopre che la normalità non torna tutta insieme.

Dopo un trauma il tempo si restringe.

Un movimento nuovo diventa una conquista. Piegare un po’ di più una gamba. Sedersi. Alzarsi. Fare qualche passo. Dormire con meno dolore.

Il futuro, improvvisamente, è troppo lontano.

E allora, quasi per necessità, si comincia a stare nel presente.

Non più quando tornerà tutto come prima?

Ma: qual è il prossimo movimento possibile?

Forse la ripresa comincia proprio da questa diversa esperienza del tempo.

La cura passa anche da chi entra nella stanza

È in questa condizione psichica che un sorriso, una spiegazione o una risposta brusca assumono un peso che fuori da un ospedale probabilmente non avrebbero.

Perché quando le proprie capacità di contenimento sono già sottoposte a uno sforzo enorme, anche l’istituzione può diventare contenitiva oppure aumentare la sensazione di disorganizzazione.

Un medico che spiega non sta soltanto trasferendo informazioni.

Sta restituendo coordinate.

Un infermiere che ascolta il genitore quando prova a descrivere il dolore del figlio gli permette di continuare a fidarsi della propria capacità di comprenderlo.

Al contrario, sentirsi rimproverati, eccessivi o fastidiosi può produrre qualcosa di molto più profondo della semplice irritazione: può lasciare soli proprio nel momento in cui si sta tentando di tenere insieme se stessi e qualcun altro.

Un corpo malato, ferito, operato ha già sperimentato una violazione dei propri confini.

È stato toccato, osservato, spostato, immobilizzato. Ha dovuto accettare procedure necessarie che non avrebbe scelto.

La relazione può allora fare una differenza fondamentale: può evitare che alla violazione inevitabile del corpo si aggiunga una violenza dell’esperienza.

Chi contiene chi contiene?

Naturalmente esiste anche l’altra parte della stanza.

Il burnout del personale sanitario è alto. L’esposizione continua al dolore, i turni, la responsabilità, la carenza di tempo possono consumare proprio quella disponibilità psichica necessaria per incontrare l’altro.

Ed è qui che il problema smette di riguardare il singolo medico, il singolo infermiere o il singolo genitore.

Diventa un problema dell’istituzione.

Perché chi non viene contenuto fa più fatica a contenere.

Il professionista ha bisogno di un’istituzione capace di sostenerlo perché possa, a sua volta, sostenere.

Il genitore ha bisogno di sentirsi sufficientemente sostenuto per poter continuare a trasformare l’angoscia del figlio.

Il bambino ha bisogno di entrambi per non rimanere solo con un corpo che improvvisamente non riconosce più.

Forse è questa la rete invisibile della cura.

Tornare, ma non esattamente indietro

La guarigione non coincide necessariamente con il ritorno immediato a ciò che c’era prima.

Dopo uno shock il corpo deve tornare a essere conosciuto.

La mente deve ricominciare a fidarsi di quel corpo.

E anche il genitore deve progressivamente rinunciare alla sorveglianza, tollerare nuovamente il rischio, restituire autonomia proprio a quel figlio che per un periodo ha avuto bisogno di lui per quasi tutto.

È una frattura della continuità, una sorta di breakdown evolutivo che obbliga tutti a riorganizzarsi.

E allora forse la cura non finisce quando una ferita è chiusa o quando un esame dice che tutto procede bene.

C’è qualcosa che deve ricomporsi anche psichicamente.

Un bambino deve tornare ad abitare il proprio corpo.

Un genitore deve tornare a fidarsi della possibilità del figlio di farlo.

E l’istituzione sanitaria, nel tempo in cui li incontra, può essere parte di questo processo.

A volte anche semplicemente spiegando.

Aspettando una domanda.

Entrando in una stanza senza dimenticare che, prima ancora di una diagnosi, lì dentro ci sono persone che stanno cercando di dare un senso a qualcosa che ha improvvisamente interrotto la continuità della loro vita.

Qualcosa che le ha messe di fronte all’imprevedibilità, alla fragilità del corpo, al limite. E anche a quel pensiero della morte che raramente si pronuncia, ma che in ospedale può affacciarsi senza essere invitato.

A volte basta l’odore acre del disinfettante. Un corridoio attraversato di notte. Una porta che si chiude.

E insieme arriva una paura antica, quasi corporea, che precede persino le parole.

Forse è anche questo che un genitore contiene mentre aspetta accanto al letto di un figlio.

Non soltanto il suo dolore.

Anche tutto ciò che quel dolore ha improvvisamente reso pensabile.

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