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Il presente come prova: quando non sappiamo più come restare

Un viaggio tra passato, futuro e il coraggio di sentire ciò che accade adesso, quando restare diventa più difficile che fuggire.

C’è un momento, nella vita di ciascuno, in cui il presente smette di essere un luogo in cui abitare e diventa un territorio da cui fuggire.
Fuggiamo indietro verso un passato che custodiamo come un tesoro fragile, temendo che la sua capacità trasformativa possa andare perduta. Oppure fuggiamo avanti, verso un futuro nebuloso che ci intimorisce perché potrebbe non assomigliare alla forma che desideriamo.

Come scrive Erik Erikson:
«L’identità è sempre un ponte tra il passato ereditato e il futuro immaginato.»
Quando una delle due rive cede, l’intero ponte vacilla.

Da giovani, il futuro appare come una distesa luminosa di possibilità.
La nostra energia è propulsiva, orientata alla realizzazione.
Eppure questa esperienza non è affatto universale.


Quando il futuro è negato

Ci sono giovani che non hanno mai potuto immaginare un domani: troppo caos, troppo dolore, troppe ferite precoci.
Il trauma, dice Judith Herman,
«distrugge le mappe interne che guidano la vita.»

E quando manca una mappa, manca anche un futuro.
Van der Kolk lo sintetizza così:
«Il trauma intrappola la persona in un eterno presente.»

Questo eterno presente non è pace: è prigionia.
E l’identità, privata della possibilità di proiettarsi, può diventare instabile o persino distruttiva.


Quando il futuro è stato immaginato dagli altri

Esiste anche la condizione opposta: crescere dentro un futuro già scritto da qualcun altro.
Un futuro visto negli occhi dei genitori, nei loro desideri, nelle loro aspettative.

Winnicott lo descrive con chiarezza:
«Il falso Sé nasce dal tentativo di adattarsi agli altri, rinunciando alla propria spontaneità.»

Si diventa adulti con un futuro addosso che non è stato scelto.
E anche quando si raggiungono traguardi importanti, qualcosa dentro continua a non sentirsi “arrivato”.
Rogers lo aveva spiegato bene:
«La distanza tra il sé reale e il sé ideale è una delle principali fonti di disagio psicologico.»

Il risultato? Una vita che appare piena all’esterno ma vuota dentro.


Il momento in cui il presente chiede senso

Arriva poi una soglia — non anagrafica, ma interna — in cui il presente smette di essere una semplice tappa e diventa una stanza in cui restare.
È il momento in cui il presente ci chiede senso.

E qui molte identità vacillano:
chi non ha avuto futuro non sa immaginarlo;
chi ha avuto un futuro imposto non sa sentirlo proprio.

Daniel Stern scrive che
«il presente è il luogo in cui l’esperienza diventa viva.»
Ed è proprio questa vitalità che molti temono: perché per sentire davvero bisogna lasciarsi toccare, lasciarsi attraversare, lasciarsi andare.


Il controllo come fuga dal presente

Forse la difficoltà più grande non è restare nel presente, ma smettere di tentare di controllarlo.
Il controllo è la nostra corazza: serve a non cadere, a non soffrire, a non ripetere errori.
Ma diventa anche la nostra prigione.

Controlliamo il passato cercando di reinterpretarlo.
Controlliamo il futuro cercando di prevederlo.
E mentre tratteniamo tutto, sfugge proprio ciò che viviamo adesso.

Lasciare andare non è perdere qualcosa: è finalmente sentire.

Sentire ciò che c’è, anche se non coincide con ciò che avremmo voluto.
Sentire le mancanze, che spesso rivelano chi siamo.
Sentire il presente come campo possibile, non come campo minato.


Il Velo di Maya: ciò che ci impedisce di vedere noi stessi

Schopenhauer descriveva il Velo di Maya come ciò che distorce la percezione della realtà.
Nella vita psicologica, questo velo può essere fatto di rabbia, delusione, aspettative infrante: emozioni che offuscano ciò che viviamo e, soprattutto, ciò che siamo.

Quando guardiamo la realtà attraverso quel velo, non vediamo il presente: vediamo la nostra ferita.

Sollevare quel velo — anche per un istante — significa riconoscere che il mondo non è così ostile come sembra, e che noi non siamo così impotenti come ci sentiamo.
Significa ritrovare un contatto più autentico con sé: senza sovrastrutture, senza illusioni, senza difese inutili.


…e quindi?

Il presente non è qualcosa da controllare, ma qualcosa da incontrare. Diventa bello starci dentro quando ci aspettiamo solo di viverlo per come è, senza direzionarlo.
Come ricorda Daniel Stern, «il presente è il luogo in cui l’esperienza diventa viva», senza catene , senza preconcetti, con semplicità.
Quando il Velo di Maya si solleva — anche solo per un istante — non cambia il mondo: cambiamo noi.

E ciò che rimane, senza illusioni e senza difese,
è abbastanza per starci comodi dentro.

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