Ci sono interviste che si dimenticano subito, e altre che restano.
Romina Power, a Belve, non racconta soltanto la sua storia, mostra una postura emotiva: quella di chi ha imparato a reggere, anche quando qualcosa di essenziale non risponde al richiamo.
Quando parla della fine del suo matrimonio, Romina accenna a qualcosa che costituiva un appoggio sicuro e che improvvisamente viene meno , non c’è più: la perdita di una “colonna”. Quella mancanza sembra contenere molto più di una delusione affettiva, aveva il valore di qualcosa di più antico: la possibilità, forse per la prima volta, di non dover reggere da sola.
Per un tratto, quell’amore appare come una soluzione, come se finalmente fosse possibile appoggiarsi, essere sostenuta, interrompere quella funzione interna di tenuta costruita così precocemente.
Ma di fronte al trauma reale, quella struttura non sembra reggere. E non è tanto la caduta dell’altro a colpire, quanto il venir meno di quella possibilità: quella di potersi affidare davvero, reggere insieme.
È come se si riattivasse qualcosa di già conosciuto. Non una ripetizione identica, ma una configurazione familiare: il sostegno che viene meno proprio quando diventa necessario.
E allora Romina torna a ciò che ha sempre saputo fare: riempire l’assenza. Ma lo fa nel modo che le è più proprio, trasformandola in amore.
Quando parla della libertà che oggi sente di avere, non sembra solo una conquista. Piuttosto, appare come una posizione costruita nel tempo: attraverso una modalità di amare che protegge, prima ancora di affidarsi.
Nella sua storia affiorano due figure genitoriali assenti, ciascuna a modo proprio. Ma ciò che sorprende non è l’assenza in sé, quanto il modo in cui lei la trasforma. Non resta nel vuoto. Non si ferma alla mancanza. Fa qualcosa di più complesso: riorganizza internamente ciò che non ha ricevuto.
Accoglie una madre invece di esserne accolta. Interiorizza un padre come presenza che “tiene senza esserci”. È una forma di inversione silenziosa: da figlia a contenitore. Alcuni bambini, quando il nutrimento non arriva, smettono di chiedere. Imparano a dare. E in quel dare costruiscono la propria identità. In termini psicoanalitici, questa capacità richiama la funzione di contenimento descritta da Bion: la possibilità di accogliere, trasformare e restituire esperienza emotiva, anche quando non è stata sufficientemente ricevuta.
C’è un elemento della sua infanzia che rende ancora più comprensibile questa organizzazione interna: il rapporto con la madre. Romina racconta di averle scritto lettere, di averle fatto disegni, senza ricevere risposta. Eppure, in quel racconto, non emerge rabbia. Non c’è rivendicazione, non c’è accusa.
Al contrario, resta una forma di fedeltà al legame che sorprende per la sua tenuta. Come se la mente avesse scelto, molto presto, di proteggere l’immagine dell’altro invece che entrare in conflitto con essa.
Non è semplice assenza di reazione. È qualcosa di più complesso: una forma di idealizzazione che permette di mantenere vivo il legame anche quando il legame non restituisce.
Questo spiega anche un altro passaggio che colpisce: la gratitudine per aver potuto accudire la madre nella fase terminale della malattia, fino a rovesciare la posizione originaria. Da figlia che attende a madre che accoglie.
E forse è qui che prende forma uno degli snodi più profondi della sua storia: trasformare la mancanza in possibilità di cura, l’assenza in funzione, il bisogno in capacità di contenere.
In questo stesso movimento si colloca anche la figura del padre. Assente nella realtà, ma presente come certezza interna: colui che, se ci fosse stato, avrebbe protetto. Una presenza mai esperita, eppure sentita come affidabile. Tanto da diventare un punto di riferimento simbolico, una colonna immaginata ma necessaria.
Tra una madre che non risponde e un padre che non c’è, Romina costruisce qualcosa di singolare: non il vuoto, ma una struttura. Non la rottura, ma una continuità interna che le permette di reggere.
Questa organizzazione ha una forza evidente. Produce morbidezza, umiltà, capacità di accoglienza. Ma ha anche un costo: crescere troppo presto, rinunciare in parte al diritto di essere sostenuti. E questo attraversa tutta la sua figura adulta.
La maternità, allora, non è semplicemente un ruolo. Diventa un asse identitario. Non è solo essere madre. È essere colei che protegge, che tiene, che salva. È qui che il suo racconto si fa più delicato.
Perché quando qualcosa impedisce di proteggere, non si rompe soltanto un legame. Si incrina una funzione interna fondamentale. Non è una ferita tra le altre. È una frattura del sé.
La storia della figlia non è raccontata come un lutto concluso. Non c’è un “dopo”. C’è un tempo sospeso. Una presenza che non è presenza, un’assenza che non è del tutto perdita. E la mente, per non crollare, tiene insieme ciò che non può essere tenuto: la certezza e l’incertezza, il qui e il non qui. Si tratta di quella condizione che Pauline Boss ha definito “lutto ambiguo”, in cui la perdita non può essere simbolicamente chiusa e resta aperta nel tempo.
E colpisce come questa esperienza si intrecci con ciò che accade dopo. Una figlia che resta sospesa, presente e assente allo stesso tempo, in un luogo che non può essere nominato fino in fondo.
Non si tratta di stabilire un nesso causale, né di leggere la vita come una ripetizione lineare. Ma è difficile non cogliere una risonanza: quella di un’assenza che ritorna in una forma diversa, ma ugualmente non definibile.
Come se il “non esserci” incontrato nell’infanzia trovasse, più tardi, un’altra configurazione psichica. Non identica, ma affine nella sua impossibilità di essere chiusa.
E ancora una volta, ciò che emerge non è il crollo, ma la capacità di tenere aperto ciò che non può essere risolto.
Quando Romina dice di sentirla sulla terra, non sta solo esprimendo una credenza. Sta mostrando una modalità di tenuta psichica. Perché ci sono dolori che non si possono chiudere, e allora l’unico modo per sopravvivere è non chiuderli.
In questo spazio si inserisce il buddismo. Non come fuga, ma come struttura. Un modo per stare nell’incertezza senza esserne distrutti. Accettare ciò che non si può controllare, lasciare aperto ciò che non si può definire, continuare a sentire senza pretendere una fine. È una forma di regolazione del dolore che non passa attraverso la risoluzione, ma attraverso la convivenza.
E poi c’è l’amore. Non come sentimento romantico, ma come funzione vitale. Quando dice che “l’amore è tutto ciò che continua in lei”, parla di qualcosa di concreto. L’amore diventa il modo in cui abita il mondo: nei fiori, nelle piccole cose, nella cura diffusa. Non è idealizzazione. È trasformazione del dolore in capacità di nutrire.
C’è un dettaglio, quasi impercettibile, che attraversa tutta l’intervista: la sua risata.
A un primo ascolto appare piena, spontanea, persino leggera. Come se finalmente trovasse uno spazio per lasciarsi andare, per entrare in risonanza con l’altro.
Ma se ci si sofferma un istante in più, quella risata sembra non sciogliersi mai del tutto. Resta trattenuta in una parte, come se qualcosa non potesse essere completamente lasciato andare.
Non è una risata falsa. È una risata che contiene. Che apre e, nello stesso tempo, tiene.
E forse è proprio in questo movimento doppio che si riconosce qualcosa della sua struttura: la possibilità di accedere al piacere del contatto senza perdere la necessità di restare in controllo di ciò che, dentro, continua a non poter essere completamente alleggerito.
Ma è qui che emerge anche il punto più fragile, quello che impedisce di idealizzare questa figura.
Romina appare capace di accogliere, di perdonare, di riparare. Sembra poter essere casa per molti. Ma non sembra restituire a sé stessa lo stesso valore che offre agli altri.
Accoglie tutti, tranne sé stessa.
E forse è proprio questo che rende la sua presenza così intensa e, allo stesso tempo, così malinconica. Una mestizia che non è chiusura, ma una forma di consapevolezza silenziosa. La traccia di un’esistenza in cui il dolore non si supera, si abita.
Ci sono vite in cui la perdita non si risolve, ma si trasforma in presenza interna. Vite in cui si continua a nutrire, a tenere, a proteggere, anche quando qualcosa di essenziale non è più stato possibile salvare.
