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La strada che non avevamo previsto

Resilienza, adattamento e quella “magia ordinaria” che ci permette di cambiare prospettiva

Ci sono strade che sembrano già tracciate.

Le guardiamo e immaginiamo che per andare avanti sia necessario seguirle esattamente così come sono. Poi qualcosa accade. Un ostacolo, un cambiamento, una perdita, un imprevisto. La strada che conoscevamo non è più percorribile nello stesso modo.

Ed è proprio allora che la mente fa qualcosa di straordinariamente umano: cerca un’altra possibilità.

Non necessariamente la trova subito. Può disorientarsi, fermarsi, tornare indietro. Può avere bisogno dell’altro. Ma possiede una naturale tendenza a riorganizzare ciò che incontra, a modificare le proprie risposte, a costruire nuovi significati.

Cambiare prospettiva non è soltanto un esercizio di pensiero positivo.

È qualcosa di molto più antico e profondo.

La capacità di adattarsi

La storia dell’essere umano è anche una storia di adattamento.

A livello evolutivo, sopravvivere non ha significato semplicemente resistere alle condizioni esterne, ma essere capaci di modificare il proprio comportamento quando le condizioni cambiavano.

Una strategia che aveva funzionato fino a quel momento poteva improvvisamente non funzionare più. Occorreva osservare nuovamente l’ambiente, utilizzare diversamente le risorse disponibili, cercare alternative.

La nostra mente conserva questa straordinaria flessibilità.

Lo vediamo continuamente nella vita quotidiana. Quando qualcosa interrompe i nostri programmi, inizialmente cerchiamo di ripristinare ciò che c’era prima. Ma quando comprendiamo che non è possibile, cominciamo lentamente a riorganizzare la realtà.

A volte scopriamo possibilità che, nella situazione precedente, non avremmo neppure considerato.

Non perché l’evento difficile sia stato “utile”.

Ma perché la mente ha cercato una strada per continuare a vivere dentro una realtà cambiata.

Ed è qui che il concetto di resilienza diventa particolarmente interessante.

La “magia ordinaria” della resilienza

Per molto tempo abbiamo raccontato la resilienza quasi come se fosse una caratteristica eccezionale.

Alcune persone sembrano attraversare esperienze molto difficili e riuscire comunque a riprendere il proprio percorso. Da fuori potremmo essere tentati di pensare che possiedano qualcosa che gli altri non hanno: una forza particolare, un carattere speciale, una capacità fuori dal comune.

Gli studi della psicologa dello sviluppo Ann S. Masten hanno contribuito profondamente a modificare questa prospettiva.

Masten utilizza un’espressione bellissima: “ordinary magic”, magia ordinaria.

La resilienza, nella sua prospettiva, non nasce generalmente da qualità straordinarie. Deriva piuttosto dal funzionamento di sistemi adattivi umani fondamentali e ordinari: le capacità cognitive, la regolazione emotiva, le relazioni significative, l’attaccamento, la possibilità di chiedere aiuto, il senso di efficacia personale, la famiglia e le risorse presenti nell’ambiente.

È un cambiamento di prospettiva importante.

La domanda non diventa più soltanto:

“Perché alcune persone sono così forti?”

Diventa:

“Che cosa permette ai normali sistemi adattivi di una persona di continuare a funzionare anche quando la vita diventa difficile?”

Non tutte le menti incontrano le stesse condizioni

Ed è qui che dobbiamo evitare un equivoco.

Se la resilienza nasce da processi umani ordinari, non significa che tutti abbiano avuto le stesse possibilità di svilupparli.

Una mente cresce sempre dentro un ambiente.

Winnicott ha descritto l’importanza di un ambiente sufficientemente buono, capace di sostenere progressivamente lo sviluppo del bambino senza sostituirsi continuamente a lui.

Bowlby ci ha mostrato come la presenza di una base sicura renda possibile proprio ciò che apparentemente sembrerebbe il suo contrario: allontanarsi, esplorare, rischiare qualcosa della propria autonomia.

Ci si può avventurare nel mondo quando esiste la possibilità di tornare.

Ma cosa accade quando l’ambiente non sostiene questi tentativi?

Quando ciò che il bambino prova a costruire viene continuamente disconfermato? Quando una soluzione trovata viene distrutta, un’emozione non trova ascolto, un tentativo di autonomia diventa pericoloso?

La mente continua ad adattarsi.

Solo che può farlo in un altro modo.

Può imparare a controllare.
A non rischiare.
A prevedere continuamente il pericolo.
A non affidarsi.
A ripetere ciò che conosce piuttosto che esplorare ciò che non conosce.

E qui c’è un punto che trovo fondamentale: anche ciò che in seguito potrà apparire come rigidità può essere stato, in origine, un adattamento.

La mente non ha smesso di cercare una soluzione.

Ha trovato quella che, in quel momento e in quell’ambiente, le permetteva maggiormente di proteggersi.

Resilienza non significa non soffrire

C’è un altro equivoco dal quale credo sia importante prendere le distanze.

Essere resilienti non significa attraversare indenni qualsiasi cosa.

E soprattutto non significa che le avversità siano necessariamente formative.

Alcune esperienze possono lasciare ferite profonde. Alcune condizioni possono sopraffare temporaneamente o a lungo le risorse disponibili. E non c’è nulla di particolarmente educativo nel dolore in quanto tale.

La resilienza riguarda piuttosto ciò che può accadere dopo, durante e intorno all’esperienza difficile.

Quali risorse sono rimaste disponibili?

Quali relazioni hanno resistito?

È possibile chiedere aiuto?

Esiste ancora qualcuno capace di vedere quella persona non soltanto attraverso ciò che le è accaduto?

È possibile costruire un significato nuovo?

È possibile modificare la prospettiva?

La “magia ordinaria” di Masten sta forse proprio qui: nella possibilità che sistemi apparentemente semplici — una relazione affidabile, una competenza, una persona significativa, il sentirsi capaci di qualcosa, l’appartenenza a una comunità — diventino elementi intorno ai quali la vita può nuovamente organizzarsi.

Cambiare prospettiva non significa negare la realtà

Cambiare prospettiva viene qualche volta confuso con il cercare il lato positivo delle cose.

Non è questo.

Ci sono situazioni nelle quali non c’è alcun lato positivo da trovare.

Cambiare prospettiva significa piuttosto riacquistare movimento.

Significa riuscire, dopo aver riconosciuto ciò che è accaduto, a domandarsi:

Adesso, con ciò che ho, che cosa posso fare?

Non cancella il problema.

Modifica la posizione dalla quale lo guardiamo.

Ed è forse proprio questa una delle capacità più preziose della mente: scoprire che una realtà può essere molto diversa da quella desiderata senza che per questo tutte le possibilità siano finite.

E i nostri figli?

Forse è proprio qui che questa riflessione incontra la genitorialità.

Passiamo moltissimo tempo cercando di costruire per i nostri figli le condizioni migliori.

Ed è giusto farlo.

Proteggere, offrire opportunità, intervenire davanti a pericoli che non possono affrontare, costruire intorno a loro relazioni sufficientemente sicure sono parti fondamentali della cura.

Ma se prendiamo sul serio ciò che gli studi sulla resilienza ci insegnano, allora dobbiamo porci anche un’altra domanda:

stiamo soltanto costruendo condizioni favorevoli o stiamo permettendo ai nostri figli di scoprire i propri sistemi adattivi?

Perché non possiamo consegnare loro la resilienza già costruita.

Possiamo però offrire un ambiente nel quale possano sperimentare che un problema può essere affrontato, che un errore può essere riparato, che una frustrazione può essere tollerata, che una soluzione può essere cercata.

E soprattutto che, quando la prima soluzione non funziona, se ne può immaginare un’altra.

Lasciare una parte della strada a loro

Questo non significa esporre deliberatamente un figlio alla sofferenza perché “deve farsi le ossa”.

Significa qualcosa di molto diverso.

Significa non intervenire necessariamente davanti a ogni difficoltà che il figlio possiede già gli strumenti per affrontare.

A volte il nostro compito è proteggerlo.

Altre volte è accompagnarlo.

E altre ancora è semplicemente rimanere abbastanza vicini senza prendere il suo posto.

Forse una delle forme più profonde della fiducia genitoriale consiste proprio nel riuscire a pensare:

non so quale soluzione troverai, ma posso aspettare abbastanza da permetterti di cercarla.

Perché alcune delle risorse più importanti non si imparano quando qualcuno ci indica continuamente la strada.

Si scoprono quando la strada cambia.

Quando ciò che avevamo previsto non accade.

Quando dobbiamo fermarci, guardarci intorno e accorgerci che il paesaggio contiene possibilità che fino a quel momento non avevamo visto.

Forse la “magia ordinaria” della mente è proprio questa.

Non essere invulnerabile.
Non avere sempre la soluzione.
Ma conservare, o ritrovare attraverso l’altro, la possibilità di cercarne una nuova.

E per un genitore, qualche volta, amare significa anche questo:

costruire una base abbastanza sicura da permettere a un figlio di scoprire che può trovare la propria strada.

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