Il vero incontro con ciò che c’è in psicoterapia
Seguendo il pensiero di Wilfred Bion, soprattutto nei suoi lavori più maturi, si incontra un punto che segna una vera svolta: l’idea che esista qualcosa dell’esperienza che non può essere spiegato, ma solo vissuto.
Bion lo chiama O.
Non è qualcosa che si possa conoscere nel senso abituale del termine.
Non è un contenuto da capire, né qualcosa da afferrare con la mente.
È qualcosa che può essere solo incontrato.
Nella pratica clinica questo cambia profondamente il modo di stare nella terapia.
Perché sposta l’attenzione da ciò che cerchiamo di spiegare
a ciò che accade qui e ora, nella relazione.
E soprattutto a quanto, spesso, sia difficile restare davvero su ciò che si sente.
È più facile spostarsi altrove.
Spiegare.
Interpretare.
Cercare nel passato una causa.
Tutto questo può avere senso.
Ma a volte diventa anche un modo, più o meno sottile, per allontanarsi dall’esperienza viva.
Da ciò che sta accadendo proprio in quel momento.
Bion, nei suoi seminari clinici, mostra con grande chiarezza quanto sia frequente questo movimento.
Non solo nei pazienti.
Anche negli analisti.
In una supervisione, ad esempio, viene presentato il caso di una paziente che dice:
“Non sono capace di starmene qui seduta oggi.”
Sta cercando di dire qualcosa di molto importante.
Sta entrando in contatto con un’esperienza nuova, forse ancora fragile.
Ma l’analista, invece di restare con lei su ciò che sta sentendo, interviene spostando il discorso su un piano diverso, più controllabile.
La paziente reagisce, lo interrompe, gli chiede di smetterla.
Gli sta dicendo, in fondo:
non portarmi via da quello che sto cercando di sentire.
È a questo punto che Bion interviene.
E invece di offrire subito una spiegazione, si ferma su una domanda:
perché oggi?
Perché proprio oggi la paziente scopre di non riuscire a stare seduta su quella sedia.
Perché proprio adesso emerge questa difficoltà.
Non è una domanda banale.
È una domanda che cambia completamente la direzione del lavoro.
Perché non cerca una causa nel passato.
Non cerca una spiegazione teorica.
Rimane nel presente.
Bion invita a restare lì.
A non avere fretta di capire.
A non riempire subito quel momento con un’interpretazione.
Ma a permettere che quell’esperienza possa essere sentita, nel corpo, nella relazione, nel tempo della seduta.
Questo implica qualcosa di molto importante.
Non tutto ciò che esiste dentro di noi è immediatamente pensabile.
Ci sono parti dell’esperienza che possono emergere solo quando trovano le condizioni per farlo.
Quando possono essere tollerate.
Quando possono essere condivise.
Quando qualcuno può restare accanto a noi mentre le attraversiamo.
Per questo, in terapia, non è sufficiente chiedersi:
che cosa significa?
A volte è più importante chiedersi:
perché ora?
Perché proprio in questo momento qualcosa diventa accessibile.
Perché proprio adesso può essere sentito senza essere evitato.
Il lavoro analitico, in questo senso, non consiste tanto nel dare spiegazioni.
Ma nel creare le condizioni perché qualcosa possa emergere.
E perché, emergendo, possa trasformarsi.
Bion lo dice con grande chiarezza:
si possono costruire infinite ipotesi, formulare interpretazioni raffinate, parlare a lungo di psicoanalisi.
Ma questo non significa fare esperienza della psicoanalisi.
Perché la trasformazione non avviene nella spiegazione.
Avviene nell’incontro.
Ed è forse proprio questo il punto più difficile e più essenziale del lavoro terapeutico:
restare nel momento presente abbastanza a lungo
perché qualcosa, finalmente, possa accadere
