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Come nasce lo sguardo clinico

Nel ricordo di un grande maestro

Quando iniziai a lavorare come psicoterapeuta avevo già il titolo sulla porta dello studio, ma dentro di me non avevo ancora smesso di dubitare di ogni seduta.

Era il periodo in cui ripensavo a lungo ai pazienti dopo ogni incontro. Riflettevo su ogni parola, ogni pausa, ogni gesto. Cercavo il significato nascosto dietro ogni passaggio della seduta, come se la mente del paziente fosse un territorio da esplorare fino allo sfinimento.

Paradossalmente, ero forse più scrupolosa allora di quanto lo sia oggi.

Non perché sapessi di più.
Ma perché avevo ancora il timore di non essere all’altezza di ciò che accadeva nella stanza di terapia.

Fu in quel periodo che incontrai uno dei professori che più hanno segnato il mio modo di pensare la clinica: uno psichiatra e psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana.

Mi colpì fin dalla prima lezione all’università dove lo conobbi molti anni prima di sceglierlo come mio maestro..

Aveva qualcosa di raro: un’eleganza naturale nel modo di pensare e di stare nella realtà. Non nel senso formale del termine, ma in quel modo discreto e signorile di chi conosce la complessità dell’animo umano e non sente il bisogno di ostentarlo.

Sembrava una persona felice.

Non perché ignorasse la sofferenza, ma perché la vedeva con lucidità e allo stesso tempo con una certa leggerezza dello sguardo. Raccontava aneddoti della storia della psicoanalisi con ironia, come se volesse ricordarci che dietro ogni teoria ci sono sempre uomini e donne alle prese con le stesse domande fondamentali.

Ma era soprattutto in supervisione che emergeva la qualità più preziosa del suo insegnamento.

Prima di incontrarlo avevo portato lo stesso caso clinico anche a un altro supervisore molto noto. Ricordo quella supervisione come un momento in cui mi sentii molto piccola: le interpretazioni erano teoricamente raffinate, ma io uscivo con la sensazione di non aver capito davvero cosa stesse accadendo nella relazione con il paziente.

Quando chiusi con lui con un senso di insoddisfazione, portai lo stesso materiale al professore incontrato all’università e accadde qualcosa di completamente diverso.

Non iniziò con una teoria.
Non iniziò con una spiegazione.

Mi aiutò, semplicemente, a sentire.

Sentire come funzionava la mente del paziente.
Sentire cosa stava accadendo nella stanza tra noi due.
Sentire come la mia stessa mente veniva modificata dall’incontro con quella particolare organizzazione psichica.

Fu in quel contesto che gli dissi una cosa che mi lasciava perplessa sul mio modo di lavorare.

Gli spiegai che spesso mi accadeva qualcosa di difficile da descrivere: non si trattava semplicemente di condividere le emozioni del paziente. Era qualcosa di più profondo.

Avevo la sensazione di entrare nella sua struttura psichica.

Per un tratto di tempo la mia mente sembrava funzionare secondo la stessa logica interna del paziente. Con alcune persone diventavo più sospettosa, con altre più rigida, con altre ancora più confusa. Non era un’emozione momentanea: era come se la mia mente venisse temporaneamente organizzata secondo la struttura psichica dell’altro.

Pensavo che fosse un errore tecnico.

Una difficoltà a mantenere la distanza analitica.

Quando glielo dissi, lui mi guardò e rispose con grande semplicità:

“Ma questa è una cosa straordinaria.”

Non lo disse come un complimento.

Lo disse come se stesse nominando uno strumento di lavoro.

In quel momento capii che ciò che temevo fosse una debolezza del terapeuta era in realtà una via di accesso alla comprensione della mente del paziente.

Non si trattava soltanto di capire ciò che il paziente raccontava.

Si trattava di sentire dall’interno il modo in cui la sua mente funzionava.

Riflettendo insieme su queste esperienze nacque una domanda che sarebbe poi diventata il nucleo di un lavoro presentato al congresso internazionale dedicato a Wilfred Bion a Milano.

La domanda era semplice:

Perché ora?

Perché un certo contenuto emerge proprio in quel momento della seduta.
Perché una certa configurazione psichica si manifesta proprio lì, nella relazione con l’analista.

Non si trattava più soltanto di capire che cosa stesse accadendo.

Ma di chiedersi perché accadeva proprio adesso, in quel preciso punto dell’incontro tra due menti.

Col tempo ho capito che la qualità più preziosa della supervisione di Ciocca stava anche nel suo modo di stare accanto al materiale clinico.

A dire il vero spiegava poco.

Non faceva lunghe lezioni teoriche.
Non riempiva lo spazio con interpretazioni brillanti.

Faceva qualcosa di molto più raro.

Ti permetteva di venire fuori.

Restava con te ad ascoltare ciò che portavi, quasi con curiosità e con un certo stupore, come se ciò che emergeva nella seduta fosse qualcosa da guardare insieme piuttosto che qualcosa da spiegare subito.

Non aveva fretta di chiudere il senso.

Stava lì, con te, a pensare.

Col tempo ho capito che quello spazio era il vero luogo della supervisione: uno spazio in cui la mente del terapeuta poteva prendere forma senza essere subito saturata dalla teoria.

Oggi, quando ascolto il materiale clinico di colleghi più giovani, mi accorgo che spesso faccio la stessa cosa.

Resto ad ascoltare.

E a volte penso che, in supervisione come nella terapia, questo è tutto ciò che importa.

Antonio Ciocca oggi non c’è più.

Eppure, in certe sedute, quando mi accorgo che la mia mente inizia a pensare secondo la logica del paziente, mi torna alla mente quel modo di stare in supervisione.

Allora capisco che lo sguardo clinico non nasce nei manuali.

Nasce quando qualcuno resta accanto a te.
Non davanti a guidarti, non dietro a osservarti.

Accanto.

Lì con te, mentre ciò che accade prende forma, viene ascoltato, sentito e lentamente riconosciuto nella sua essenza.

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