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L’orizzonte oltre le barriere

Le barriere hanno una cattiva reputazione.

Le immaginiamo come ciò che separa, impedisce, interrompe. Pensiamo al muro che limita il passaggio, alla rete che divide, alla porta chiusa che nega l’accesso.

Eppure esiste un’altra funzione delle barriere, meno evidente e forse più interessante: esse ridefiniscono il nostro modo di guardare.

Una finestra d’ospedale ne è un esempio quasi didattico. Davanti allo sguardo si sovrappongono vetri, impalcature, travi d’acciaio, riflessi. L’orizzonte non scompare. Continua a esistere, ma non può più essere osservato come prima.

È la posizione dell’osservatore ad essere cambiata.

Maurice Merleau-Ponty, nella Fenomenologia della percezione, ci ricorda che non esiste uno sguardo neutrale sul mondo. Non siamo coscienze che osservano la realtà dall’esterno: siamo corpi immersi nella realtà. È attraverso il corpo che il mondo acquista forma, significato e direzione.

Questa intuizione cambia profondamente il modo di intendere il limite.

Quando un evento interrompe il corso ordinario della vita — una malattia, un ricovero, un incidente, una perdita — non cambia soltanto ciò che possiamo fare. Cambia il modo in cui il mondo ci appare. Lo spazio si restringe, il tempo rallenta, le priorità si riorganizzano. Persino ciò che è rimasto identico sembra assumere un significato diverso.

Non perché la realtà sia cambiata.

Perché è cambiata la nostra collocazione al suo interno.

La psicologia conosce bene questo fenomeno. Ogni esperienza significativa modifica il nostro assetto percettivo. Non osserviamo mai la realtà in maniera diretta, ma attraverso il filtro della nostra storia, delle emozioni, del corpo e delle relazioni.

Le barriere, allora, non sono soltanto ostacoli.

Sono dispositivi che rivelano la natura situata della nostra esperienza.

Il rischio, tuttavia, è confondere la barriera con l’orizzonte.

Quando la sofferenza occupa tutto il campo percettivo, siamo portati a credere che ciò che vediamo coincida con tutto ciò che esiste. È un processo frequente anche nel lavoro clinico: il limite tende ad assumere un carattere assoluto, fino a far scomparire ogni possibilità oltre se stesso.

Eppure l’orizzonte continua a esistere.

Non sempre è raggiungibile. Non sempre è nitido. Talvolta è nascosto da impalcature provvisorie che appartengono a un tempo di trasformazione. Ma la sua presenza non dipende dalla nostra possibilità di vederlo completamente.

Forse il compito della cura — e, più in generale, della crescita — non consiste nell’eliminare ogni barriera.

Consiste nel non smettere di riconoscere che oltre di essa il mondo continua.


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