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L’amore che tiene insieme: funzioni genitoriali e tutela del minore

“NON VOGLIO SCEGLIERE TRA MAMMA E PAPÀ”: QUANDO I BAMBINI SI DIFENDONO DA UN DOLORE TROPPO GRANDE

Ci sono bambini che mettono il mondo degli adulti davanti a una verità scomoda: non vogliono scegliere. Ma spesso si ritrovano costretti a farlo. Perché quando l’amore tra i genitori finisce, la guerra che può nascere rischia di trasformare anche l’affetto in terreno di scontro.

Eppure, ogni bambino ha bisogno di sentire che i suoi genitori sono ancora un “noi” almeno nel modo in cui si prendono cura di lui.

LA FUNZIONE GENITORIALE: MOLTO PIÙ DELL’ESSERE MADRE O PADRE

Essere genitori non significa solo “avere un figlio”. Significa essere in grado di contenere il suo mondo emotivo.

Saperlo leggere. Dargli significato. Proteggerlo, anche da sé stessi.

È ciò che Winnicott definiva “preoccupazione materna primaria”: quell’attenzione profonda che permette a un genitore di sintonizzarsi sul bisogno affettivo del figlio prima ancora che venga espresso.

Non si tratta di essere perfetti. Si tratta di essere “sufficientemente buoni”. Di avere una mente capace di fare spazio a un’altra mente.

Quando i genitori sono troppo presi dal proprio dolore, o quando il rancore prevale sul rispetto, questa funzione si spezza. E i figli restano senza guida. O peggio, diventano strumenti.

 

IL PREZZO DEL DISAMORE GENITORIALE

Capita che i figli vengano coinvolti in alleanze affettive sbilanciate. Che diventino “confidenti” di un genitore e giudici dell’altro. Che assorbano come spugne parole cariche di veleno. “Tuo padre non ti vuole più bene.” “Tua madre ti manipola.” “Non dire a nessuno che…”

Sono dinamiche che hanno un nome. Si parla di triangolazione. Di conflitto di lealtà. Di alienazione. Tutte forme in cui il bambino perde la libertà di sentire con il proprio cuore. In cui l’immagine dell’altro genitore viene deformata al punto da non lasciar spazio alla complessità.

E quando non c’è complessità, c’è solo una scissione. Uno è buono. L’altro è cattivo. Nessuna sfumatura. Nessuna evoluzione.

FRANCESCA E IL DIRITTO A RESTARE FIGLIA

Francesca ha tredici anni e ha imparato a non parlare troppo. Ha una casa con la mamma, un’altra col papà. Ma quello che davvero desidera è non sentirsi sbagliata qualunque scelta faccia.

“Mi trovo bene da papà, ma poi mamma è triste.”
“Se sto troppo con mamma, papà pensa che non gli voglia più bene.”

Ecco cosa succede quando i figli diventano adulti troppo presto. Quando si sentono responsabili dell’equilibrio emotivo dei grandi. Quando non possono vivere liberamente il loro legame con entrambi, per paura di ferire qualcuno.

In questi casi il rischio è che il bambino impari a proteggersi non scegliendo. Rinunciando. Dissociandosi. A volte anche odiando, pur di non sentire.

LA TUTELA VERA: UN LAVORO DA FARE INSIEME

Non basta dire di amare un figlio. Serve agire un amore che lo liberi. Che lo protegga. Che gli permetta di essere figlio, senza dover diventare giudice, esecutore o salvatore.

Ogni parola detta davanti a un figlio lascia un segno. Ogni sguardo, ogni silenzio, ogni frase piena di rabbia o di sospetto, scivola nella sua interiorità come un seme. E lì può diventare rabbia, sfiducia, angoscia.

La vera tutela non è fatta solo di decisioni giuridiche. È fatta di cura quotidiana, anche in assenza. Di rispetto reciproco, anche nel disaccordo. Di capacità di tenere a mente il figlio, anche quando si è arrabbiati con l’altro genitore.

Perché i figli non chiedono genitori perfetti. Ma genitori che non li usino come scudi. Che non li mettano al centro della guerra. Che non li costringano a dividere il cuore in due. E ogni volta che si riesce a tornare su questa consapevolezza, anche solo per un istante, si ricomincia a essere una famiglia. In un modo nuovo. Ma comunque vero.
Maria Paola Ciarelli
Psicoterapeuta

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