Quante volte, andando a Palermo, ho sentito pronunciare questa espressione: «Gioia mia».
Due parole semplici, capaci di racchiudere un mondo. Un modo di chiamare qualcuno che è insieme tenerezza, appartenenza e fiducia. Un’espressione che accoglie, ma che non trattiene. Che ama senza possedere.
È anche il titolo di un film disponibile su Netflix.
Racconta la storia di un bambino che, dopo una perdita, viene mandato a vivere dalla zia. È un bambino costretto ad attraversare un vuoto troppo grande per la sua età. Eppure è proprio in quella casa, tra mura antiche e gesti essenziali, che qualcosa lentamente ricomincia a prendere forma.
Non sono i grandi discorsi a curarlo.
Sono le lenzuola pulite e profumate. I piatti semplici preparati con amore. Il ritmo lento delle giornate. Le superstizioni raccontate come fossero parte della storia della famiglia. I palazzi ricchi di memoria. Gli strani spiriti che appartengono più all’immaginazione che alla paura.
È un tempo che sembra essersi fermato.
Anche i ragazzi sembrano appartenere a un’altra epoca. Accanto al telefonino, che oggi occupa gran parte della vita dei nostri adolescenti, c’è ancora la curiosità di uscire, di esplorare, di disobbedire, di cercare antichi misteri. La voglia di fare esperienza del mondo con il corpo, con gli occhi, con l’immaginazione.
Ed è impossibile non chiedersi se, nella frenesia di oggi, non stiamo perdendo qualcosa di prezioso.
Forse il cuore del film è proprio questo.
Un bambino ferito viene affidato a mani antiche. Mani forse un po’ austere, abituate a parlare poco e a fare molto. Mani che non cercano di cancellare il dolore, ma che lo rendono abitabile. Mani che non riempiono ogni silenzio, ma restano lì, presenti, affidabili.
La zia non è perfetta. Non è una madre ideale. È semplicemente un’adulta che sa stare. Che sa mettere un limite senza umiliare. Che sa offrire cura senza invadere. Che protegge senza impedire al bambino di crescere.
Forse sono proprio questi gli ingredienti con cui cresce un bambino.
Non la perfezione educativa.
Ma la continuità.
La presenza.
La prevedibilità.
Qualcuno che sappia esserci ogni giorno, nelle piccole cose. Qualcuno che prepari un pasto, sistemi un letto, racconti una storia, rimproveri quando serve e accolga quando il mondo fa paura.
Perché è nella quotidianità che i bambini costruiscono il senso della sicurezza.
Ed è da quella sicurezza che nasce il coraggio di allontanarsi.
Il film racconta anche questo: l’amore vero non trattiene. Accompagna. Permette di partire sapendo che esiste un luogo in cui tornare.
Di fronte all’amore non esistono età, né generazioni. Esiste la possibilità di sentirsi finalmente visti. Di attraversare il dolore senza esserne travolti. Di lasciarsi trasformare.
Non si ricomincia evitando il vuoto.
Lo si attraversa.
Ci si scopre diversi.
E, quasi senza accorgersene, ci si ritrova ancora vivi.
Forse è questo il significato più autentico di quel meraviglioso modo di dire siciliano.
«Gioia mia.»
Non un modo per trattenere chi ami.
Ma un modo per dirgli: sei prezioso per me. E proprio perché lo sei, ti aiuterò a diventare te stesso.
